
Se qualcuno vi strappa dalle braccia di vostra madre e vi allontana da lei in modo brusco potreste mai pensare che sia un gesto di umanità?
Se un estraneo vi chiede quale sia il vostro nome, potreste mai gioire profondamente per la richiesta?
Se un militare vi butta addosso una gavetta con un fondo di marmellata, quale sarebbe la vostra reazione? Potreste mai ringraziare?
Se qualcuno vi lancia un guanto con un grosso buco, lo mettereste e guardereste con occhio benevolo colui che ha compiuto questo gesto?
Se chi sta per uccidervi viene interrotto e cambia i suoi piani, odieresti chi ha tentato di togliervi la vita o ringrazieresti colui che ha interrotto il gesto efferato?
Eppure una donna, giovane, bella, di umili origini in tutti quei piccoli gesti ha intravisto segni di umanità. In quale mondo infernale quei piccoli gesti sono “piccole luci” che illuminano quell’umanità dispersa nell’oscurità della storia?
Originariamente a Milano, ora trasferito alla Fondazione Museo della Shoah di Roma
“Arbeit macht frei”, stessa scritta in molti campi di concentramento, “Il lavoro rende liberi”
Edith Bruck celebrata nel murales “The Star of David” di aleXsandro Palombo
Ce lo racconta direttamente lei, Edith Bruck, oggi un’anziana signora di 94 anni, ultima dei sei figli di una povera famiglia ebraica ungherese che nel 1944, a tredici anni, viene deportata ad Auschwitz e poi in altri campi tedeschi e, infine, a Bergen-Belsen.
Aprile 1945: le porte di quel mondo nazista infernale si chiudono dietro di lei.
Cosa rimane nel cuore, nella mente nel corpo di quella giovane donna? Odio, rancore, disgusto per il genere umano?
Da anni Edith, porta un messaggio importantissimo: laddove la disumanizzazione è stata la cifra dell’odio razziale, della politica segregazionista, della soppressione fisica di donne, bambini vecchi, quelle “cinque luci” sono il segno manifesto di un’umanità che appare anche all’inferno in terra e donano la speranza che non tutto è perduto e da lì occorre ripartire.
Da 64 anni vado nelle scuole, i ragazzi capiscono, finché ho respiro lo farò, ha detto la Bruck.
Possiamo educare i nostri figli diversamente, per tutto il male che noi abbiamo vissuto. Non solo noi ebrei, ma anche quelli che lo vivono oggi e lo vivranno domani. Prima bisogna educare i bambini al rispetto di qualsiasi essere umano, di qualsiasi colore o fede. Rispetto totale. Ogni vita è preziosa.
L’incontro-testimonianza in sincrono con Edith Bruck è stato reso possibile dall’accordo tra il liceo “Battaglini” e l’Università telematica “Giustino Fortunato”, nell’ambito delle attività del Laboratorio accademico interdisciplinare “Shoah: memoria, didattica e diritti” diretto dal prof. Paolo Palumbo, associato di Diritto ecclesiastico e canonico.
L’incontro è stato curato in loco dal Dipartimento di Filosofia e Storia e dai tanti consigli di classe del triennio che aderendo hanno permesso che la “voce” di Edith arrivasse ai tanti giovani che frequentano il liceo scientifico “Battaglini”.
Fondazione Museo della Shoah di Roma, svelato il murale per Edith Bruck


0