Perché promuovere il progetto Treno della Memoria e poi il concorso bandito dal MIM in collaborazione con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, I Giovani Ricordano La Shoah?
Perché partecipare all’incontro in Prefettura e poi coinvolgere quasi 50 studenti di classi quinte per visitare la “Mostra 1938-45. La persecuzione degli Ebrei in Italia. Documenti per una Storia”, messa a disposizione dal Ministero dell’Interno? E ancora perché promuovere una partecipazione di quasi trenta classi, in occasione delle iniziative per la Giornata della memoria, per una Visita guidata online dei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, messa a disposizione dal MIM collaborazione con il Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah (MEIS).
Sensibilizzare i nostri giovani a ciò che è stato perché non accada mai più?
Il male non è sempre il frutto dell’odio, ma può nascere dalla superficialità, dall’obbedienza cieca, dalla rinuncia a pensare. È un monito attuale contro ogni deresponsabilizzazione (Hannah Arendt)
Siamo davvero convinti che il nostro mondo sia così diverso oggi da quello di un secolo fa circa?
Vogliamo lasciare la parola proprio a quei giovani che hanno liberamente scelto di essere protagonisti di questo lungo viaggio. Chiara Bucci della classe 5B ha partecipato volontariamente, finanziando, con il consenso dei genitori, la sua partecipazione al progetto Treno della Memoria. Ci ha lasciato una sua riflessione, che volentieri pubblichiamo, nonché un video del suo contributo al briefing di fine progetto presso l’Università di Cracovia alla presenza di tutti i ragazzi pugliesi partiti con il Treno della Memoria.
Ci sono momenti in cui ci sentiamo soli, nella nostra quotidianità, nelle nostre stanze, nei nostri pensieri, ma il viaggio del Treno della Memoria ci insegna una cosa fondamentale: non si è mai soli nel mondo, perché il mondo è fatto di relazioni, di responsabilità condivise, di scelte che anche quando sembrano piccole costruiscono la storia. Proprio la storia ci mostra e ci insegna cosa succede quando questa consapevolezza viene meno. Durante l’olocausto milioni di persone non sono state uccise solo dall’odio, sono state uccise anche dall’indifferenza. L’indifferenza è pericolosa perché è silenziosa, si insinua nella normalità, nella routine, nelle azioni efficaci di propaganda che portano il singolo, per paura o convinzione, a voltarsi dall’altra parte. Torna attuale una riflessione del politico e filosofo Antonio Gramsci, che nel suo più celebre saggio scrisse: “Vivo e sono partigiano. Detesto chi non parteggia. Odio gli indifferenti.” Chi non parteggia, chi non prende posizione, lascia che siano altri a decidere per la maggioranza, ed è qui che il discorso diventa politico. La politica non è distante dall’essere umano, definito da Aristotele “animale politico” in quanto partecipe della vita cittadina. La politica è nelle scelte quotidiane, in ciò che guardiamo e in ciò che decidiamo di non vedere. Viviamo in un mondo in cui tutto è visibile, eppure paradossalmente non riusciamo a sfruttare questa globalizzazione e ampia accessibilità dei mezzi di comunicazione per guardare oltre ciò che accade nel nostro piccolo. Non esistono realtà lontane, storie di altri popoli e altre nazioni perché, anche se indirettamente, in tutto siamo coinvolti e tutto ci coinvolge. Esiste solo il nostro presente, basterebbe non essere indifferenti per iniziare a costruire una solida memoria e concretizzare le parole spese ogni anno per “fare in modo che non accada mai più una simile atrocità”. Basterebbe informarsi, prendere posizione sulle guerre in corso, sulle folli e sconsiderate azioni compiute dai vertici del mondo, su un genocidio in corso. Il vero rischio non è la solitudine ma l’isolamento morale; se essere soli può essere umano, essere indifferenti è una scelta. Il Treno della Memoria non è solo un viaggio nel passato, è un invito al presente e alla presa di coscienza di noi giovani. Non si ferma al viaggio, alla visita dei campi di Auschwitz e Birkenau, del ghetto ebraico di Cracovia; il percorso ha previsto una serie di incontri formativi in cui noi ragazzi abbiamo avuto modo di apprendere meglio eventi storici e riflettere sul presente. È un invito a non dimenticare, a non restare fermi, perché la storia non si ripete da sola, si ripete quando noi smettiamo di esserci e smettiamo di essere umani (Chiara Bucci)
Non possiamo esimerci dal ringraziare l’alunna Federica Marinelli della 3L per la collaborazione posta in essere per unificare correttamente i vari file audio del discorso di Chiara.
Nel proporre la partecipazione al bando di concorso I Giovani Ricordano La Shoah non eravamo certi dell’esito, dovendoci ricredere con la proposta dell’alunno Daniele Maggi della 3H, che condividiamo, e la paziente opera di supporto del prof. Gianpietro Campo.
Ho voluto realizzare un disegno digitale utilizzando Clip Studio Paint, si tratta di un’immagine che prova a dare forma a un viaggio che non è solo storico, ma anche umano e universale: quello del popolo ebraico in cerca di salvezza. La scelta dell’Arca non è religiosa, ma simbolica: è un contenitore di vita, memoria e conoscenza. Le onde diluvio rappresentano la furia cieca delle leggi razziali che travolgono persone e destini. La luce che guida l’Arca non annulla il dolore, lo trasforma in un messaggio di responsabilità per chi guarda. Le leggi razziali non hanno solo colpito vite individuali: hanno svuotato l’Italia della sua energia intellettuale. Con l’emigrazione forzata di scienziati, la clandestinità di ricercatori come Rita Levi Montalcini, la dispersione del gruppo di via Panisperna e la deportazione di docenti, scrittori e artisti, la società italiana si è privata di scoperte, libri, opere d’arte, laboratori e intuizioni che avrebbero potuto cambiare il Paese. Il mio lavoro artistico vuole evidenziare proprio questa “perdita del futuro”: l’arca naviga perché protegge ciò che l’Italia stava distruggendo – cultura, ricerca, pensiero – mostrando quanto sia fragile un mondo che rinuncia alle sue menti migliori. Il libro/vela che spinge l’arca rappresenta il sapere che in Italia si voleva spegnere ma che altrove ha continuato a generare luce. Il libro diventa vela: è ciò che permette alla storia di andare avanti nonostante il diluvio della persecuzione” (Daniele Maggi)
Con una delegazione composta dai professori Stefano Spataro e Mariangela Turco e dagli alunni Barnaba Mattia e Villani Gabriele della 5B, Sessa Mario della 5F, Serafini Ripa Lavinia, Benedetto Martina e Serio Maria della 5I, Guariniello Michele e Pasqualini Alessia della 5L, il Liceo ha partecipato all‘incontro in Prefettura in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Erano presenti le massime autorità civili, religiose e militari, e gli studenti delle scuole tarantine che hanno potuto ascoltare la lectio magistralis del prof. Vinci dell’UniBA.
Nell’occasione è stata consegnata la Medaglia d’onore concessa dal Presidente della Repubblica e conferita dal prefetto S.E, Ernesto Liguori, alla memoria del sig. Luca Chiego del 35^ raggruppamento di stanza in Grecia, deportato nel lager nazista durante il secondo conflitto e morto nel 1944.

Questa la testimonianza dell’alunno Gabriele Villani della classe 5B:
L’incontro in Prefettura per la Giornata della Memoria ha dato l’impressione che il ricordo non possa restare qualcosa di distante o legato solo alle cerimonie. Quando la storia si collega al proprio territorio, come nel caso delle deportazioni partite anche dalla Puglia, cambia il modo in cui viene percepita: non è più un evento lontano nel tempo e nello spazio, ma una realtà che ha toccato da vicino persone e comunità. In questo senso, anche un gesto come la consegna della medaglia d’onore acquista un significato più profondo, perché restituisce identità a chi era stato privato perfino del nome. Il richiamo alle pietre d’inciampo effettuato dal Professore Stefano Vinci durante il suo intervento ha reso evidente un’idea di memoria diversa da quella più tradizionale. Non grandi monumenti da osservare con rispetto ma anche con distacco, bensì piccoli segni inseriti nella quotidianità, capaci di interrompere il ritmo abituale. Proprio questa loro semplicità le rende incisive: costringono a fermarsi, a leggere, a riconoscere che dietro ogni nome c’è una storia reale, non un dato astratto. È una memoria che non si impone dall’alto, ma si incontra per strada, quasi per caso, e proprio per questo lascia un segno più duraturo. Da qui emerge un modo più esigente di intendere la memoria. Non basta conservarla o celebrarla, perché il rischio è che diventi un gesto ripetuto senza consapevolezza. Una memoria autentica non è mai del tutto rassicurante: introduce una frattura, impedisce di scorrere distrattamente sul passato e, allo stesso tempo, mette in relazione ciò che è stato con ciò che accade oggi. In una realtà in cui spesso si finisce per accettare situazioni difficili come inevitabili, questo assume un valore ancora più forte. La memoria, allora, non è solo ricordo, ma una forma di attenzione continua, qualcosa che impedisce all’indifferenza di diventare normale e che mantiene aperto un confronto con la realtà presente. Anche per questo momenti del genere non si esauriscono nella giornata stessa, ma continuano a incidere nel modo in cui si guarda ciò che ci circonda (Gabriele Villani)
Abbiamo accolto l’iniziativa del Ministero degli Interni visitando la “Mostra 1938-45. La persecuzione degli Ebrei in Italia. Documenti per una Storia” insieme a cinquanta studenti e studentesse delle classi quinte guidati dai proff. G. Campo e S. Spataro. Lasciamo la parola all’alunno Antonio Pio Agnello della classe 5H:
La visita alla mostra presso il Castello Aragonese di Taranto non è stata per me una semplice esperienza scolastica, ma qualcosa che mi ha profondamente colpito e, in certi momenti, anche scosso. Davanti ai documenti del periodo fascista, legati al regime di Benito Mussolini, ho provato un senso di inquietudine difficile da spiegare. Non erano immagini violente, ma carte ufficiali, fredde, precise, che limitavano la vita di persone ebree — persone come noi. Ed è stato proprio questo a turbarmi di più: vedere come l’ingiustizia possa nascondersi dietro la normalità di un foglio firmato. In quel momento ho capito che ciò che studiamo la mattina tra i banchi di scuola, non è finzione, ma è qualcosa di reale che ha lasciato una macchia indelebile nella nostra storia. Sapere poi che da quelle stesse decisioni si arrivava alla deportazione verso luoghi come Auschwitz mi ha lasciato un senso di disagio profondo. Le fotografie, gli sguardi, le storie: tutto sembrava chiedermi di non restare indifferente.
Ciò che mi ha colpito di più è stato capire che questa storia non è lontana: è passata anche da Taranto, tra persone comuni, tra uffici e decisioni quotidiane. Questo rende tutto più reale, più vicino, quasi scomodo.
Dopo la visita, riflettendoci, ho sentito che qualcosa era cambiato. Ho capito che la memoria non è solo ricordare, ma imparare a riconoscere i segnali dell’odio e dell’esclusione anche oggi. Perché il rischio non è solo dimenticare il passato, ma non accorgersi quando, in forme diverse, torna nel presente. Questa mostra non mi ha lasciato indifferente. Mi ha fatto riflettere, mi ha inquietato, ma soprattutto mi ha fatto capire quanto sia importante non smettere mai di pensare (Antonio Pio Agnello)
La Visita guidata online dei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che il Ministero dell’istruzione e del merito, in collaborazione con il Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah (MEIS) ha offerto alle scuole, ha coinvolto ben ventiquattro classi del nostro liceo.
Con questa ripresa vogliamo invitare a riflettere sulla distanza tra principi sanciti e realtà: Arbeitmacht frei – il lavoro rende libero all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz.
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile (Primo Levi, “Se questo è un uomo)


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